Simonino da Trento: ricordi e testimonianze

Fotografie e testi inviati dai visitatori
Abbiamo chiesto ai nostri visitatori di condividere con il Museo e con tutti gli interessati i ricordi legati al culto di Simonino da Trento, il falso martire oggetto della mostra L'invenzione del colpevole. Il 'caso' di Simonino da Trento, dalla propaganda alla storia.

Sono arrivate testimonianze, aneddoti e immagini molto interessanti; ne pubblichiamo alcuni in questa pagina. La raccolta continua: per inviare i vostri ricordi potete scrivere all'inidirizzo info@museodiocesanotridentino.it.

Ero una delle tante bambine di Trento, nate dopo la seconda guerra mondiale, a cui è stata garantita un'infanzia sicura, protetta, e anche ricca di affetto e cure.

Ma ero anche una delle tante bambine a cui si offriva per  i più svariati motivi  educativi un immaginario pieno di personaggi che incutevano paura, come lupi mannari, il “babao”, l'uomo nero, la strega cattiva, l'orco divoratore di saporita e tenera carne umana “(ucci,ucci, sento odor di cristianucci!”).

Oggi che sono vecchia e quindi un po' più saggia, posso dire che in fondo tutto ciò aveva come conseguenza, non certo pensata dal mondo adulto, di dare  una rappresentazione visiva, concreta, nominabile, alle paure più ancestrali ed inconsce, che albergano innominate nel lato più oscuro dell'animo umano. 

Tra i miei ricordi indelebili per l'aspetto inquietante con cui l'ho vissuto, quando dovevo avere tra i 6 e gli 8 anni, tanto da ricordarlo ancor oggi, fu la storia di san Simonino. Ci portarono a vederlo, dopo averci raccontato la storia terribile di come un  bimbetto cristiano fosse stato rapito e torturato e seviziato dagli Ebrei, tanto che la Chiesa lo fece  santo. Entrammo in un posto che ricordo scuro e soffocante, dove, dietro ad un vetro, una specie di grande teca trasparente, c'era un grumo di corpo piccolo e grigiastro (me lo sono immaginato?) e appese a delle pareti gli strumenti di tortura che documentavano il martirio e lo strazio compiuto su quell'essere indifeso: mi colpirono i lunghi spilloni di ferro che mi si sono infilzati nel cervello, e altri  aggeggi che non riesco ora ad identificare più. L’orrore era tanto che credo non dissi una parola, non chiesi nulla.

Quello che fecero gli adulti di allora, non so se intenzionalmente o meno, è che noi bambini associassimo simili nefandezze alla parola ebreo, per noi un suono, un'astrazione, poi più tardi della gente, poi una religione, poi un popolo, poi forse anche  un nostro vicino di casa o di banco. 

Mi c'è voluto una adolescenza difficile, una ribellione adolescenziale e giovanile, una militanza politica ed una analisi psicologica di anni per comprendere, ma mai fino in fondo, gli adulti di allora, che per di più amavo, e perdonarli, ma non del tutto.

Ida Ceri, Bologna, 29 aprile 2020


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Sono Margherita Cinelli e in giugno compirò 80 anni. Per quel che riguarda la processione del Simonino, non ho particolari ricordi, però la mia mamma mi ha portata da bambina alla cappella del Simonino e ricordo perfettamente che mi disse "Dicono che l'hanno ucciso gli ebrei, ma io non ci credo, probabilmente era caduto nella roggia, che era molto paurosa e in cui si vedevano dei topi, che lo avranno morso". Comunque le mamme pregano san Simonino (allora era ancora santo) perché protegge i bambini. Ricordo che il corpo era quello di un bambino di circa quattro anni, era in una teca di vetro ed era tutto nero. Mi ha fatto impressione. Non so se questo ricordo vi potrà servire.

Un caro saluto. Margherita Cinelli