Guidati da una stella. I Re Magi nell'arte

Il Vangelo di Matteo (Mt 2, 1-12) riserva poche parole alla storia dei Magi: non accenna alla loro regalità, non li descrive, non spiega chi siano, non ne specifica il numero. In mancanza di dettagli di origine evangelica, l’immagine dei Magi si modellò nei secoli grazie all’apporto della letteratura apocrifa e all’acceso dibattito esegetico in merito al significato simbolico dei misteriosi personaggi.

«Al vederli Giuseppe disse: - Chi sono costoro che vengono da noi? Mi sembra che vengano da lontano e che si avvicinino qua. Dunque mi alzerò e andrò loro incontro. E mossosi disse a Simone (il figlio che aveva condotto con sé in questo viaggio): - Costoro che vengono mi pare che siano áuguri: non stanno fermi un momento, osservano e discutono tra loro. Mi pare che siano anche forestieri: il vestito è diverso dal nostro vestito, anzi la loro veste è amplissima e di colore scuro; hanno berretti frigi sul capo e alle gambe le sarabare. […] ecco all’ingresso hanno salutato il ragazzo e si sono prostrati a terra; l’adorano secondo il costume dei barbari e uno alla volta baciano i piedi del bambino»
(Vangeli Apocrifi dell’Infanzia e della natività, Codice Arundel 404)

Nel testo i Magi sono definiti áuguri (sapienti-indovini) e indossano abiti che rivelano una provenienza orientale: il berretto frigio, tipico della Frigia, regione nord-occidentale dell’altopiano anatolico e le sarabare, ovvero pantaloni attillati di uso persiano. Una puntuale rappresentazione dei Magi vestiti all’orientale si trova nel mosaico di Sant’Apollinare in Classe a Ravenna, che insieme ad altre testimonianze paleocristiane (Catacomba dei Santi Marco e Marcelliano, Roma, IV secolo), tardoantiche e bizantine rappresenta l’antica iconografia dei magi, poi abbandonata. In un secondo momento infatti, gli abiti dei Magi persero i tratti persiani ed iniziarono ad assumere connotati regali sottolineati da corone. Il cambio di «costume» avvenne in concomitanza con la definizione della «condizione professionale» dei Magi: la parola «mago» era infatti ambigua e sembrava inaccettabile l’omaggio a Gesù da parte di personaggi pagani dai contorni poco chiari. Perciò già i Padri della Chiesa iniziarono a descrivere i Magi piuttosto come re che come àuguri: l’appiglio teologico dell’identificazione stava in una profezia di Isaia «Ti siano portati i tesori delle nazioni e ti siano condotti i loro re» (Isaia 60, 3, 11). Verso il Mille ai Magi venne affidata la sovranità di regni orientali talvolta veri e talvolta immaginari: Persia, Arabia, India, Godolia, etc. Questa nuova definizione sottrasse i Magi dal sospetto di eterodossia e favorì al contempo, da parte dei regnanti, una lettura strumentale dell’episodio: i Re Magi divennero simbolo di dominio e legittimazione del potere e per questo la scena fu molto diffusa nella committenza artistica di sovrani e famiglie importanti.

Nelle opere conservate al Museo Diocesano Tridentino la rappresentazione dei Magi segue convenzioni iconografiche molto diffuse, ad iniziare dal numero dei protagonisti che rendono omaggio a Gesù. Il Vangelo di Matteo non indica con precisione quanti Magi giunsero al seguito della stella e tale silenzio fece oscillare per secoli il numero dei saggi d’oriente, che infine si stabilizzò nel noto terzetto, forse prendendo spunto dai doni. A partire dal XIII secolo uno dei tre Magi iniziò ad essere raffigurato con caratteristiche somatiche africane, com’è evidente nel frammento di Flügelaltar del Maestro di Riva di Sotto. La presenza del re «moro» risale all’idea che i Magi rappresentassero le tre fondamentali razze umane discendenti dai figli di Noè, insediatesi in tre diversi continenti. Un’altra consuetudine iconografica di origine molto antica attribuisce ai Magi il compito di personificare le età dell’uomo: i tre re vengono infatti rappresentati come un anziano, un uomo maturo e un giovane imberbe. Benché il colore della pelle e l’età fossero attributi tipici dei Magi, la combinazione di tali elementi variava sensibilmente a seconda delle tradizioni locali: la prassi più comune identificava il Mago «moro» con il più giovane dei tre e il più anziano con il re che si inginocchiava per primo. La medesima variabilità si riscontra anche nell’attribuzione dei nomi, che comparvero verso il IX-X secolo, e nell’assegnazione dei doni: oro incenso e mirra vennero interpretati rispettivamente come un omaggio alla regalità di Cristo, alla divinità e alla sua umanità.