Il Museo Diocesano Tridentino

Oreficeria dal XII al XIX secolo

Orafo veneziano, Reliquario a braccio di S. Vigilio, 1368 ca, base e mano seconda metà del XV sec.

Già a partire dal XII secolo la storia della Cattedrale di Trento è rispecchiata dal suo tesoro che, in seguito ad un processo di rinnovamento e accrescimento verificatosi senza soluzione di continuità in tutte le diverse epoche, è giunto fino a noi particolarmente ricco non solo per l'alta qualità e pregnanza di molti oggetti, ma anche per la loro variata quantità. L'esposizione museale segue un percorso cronologico dal Medioevo alla fine del Settecento che significativamente presenta come suo momento centrale la grande urna processionale di San Vigilio. Una teca a parte è stata riservata ai reliquari. Si è cercato di riprodurre, seppure sinteticamente, quello che è stato il loro storico luogo di conservazione: il grande armadio settecentesco nella sacrestia del Duomo. Chiude il percorso museale una teca-mensa d'altare dove sono disposti i diversi vasi sacri necessari alla celebrazione del rito della Messa. Sono esemplificate con pezzi di diverse epoche dal Seicento all'Ottocento e di diversi orafi o manifatture per mettere in evidenza, oltre naturalmente la loro funzione d'uso, come un tesoro sia un organismo vivente con una sua storia complessa. Proprio sotto il profilo dell'arte orafa la raccolta di Trento si pone come particolarmente significativa data la pluralità di maestri orafi che nel tempo furono incaricati di realizzare le varie opere. Il rapporto indubbiamente privilegiato con i centri d'oltralpe, divenuti successivamente emergenti (la Renania, Norimberga, Augusta, ecc.) non ha certo escluso contatti con il Veneto ma anche con la Lombardia ed ha favorito la nascita di una manifattura locale. I ricercati cofanetti in avorio dipinto provenienti da manifatture di cultura islamica e la cassetta reliquiario splendente di oro e smalti con storie della Vergine, opera di maestri coloniesi, testimoniano come per rendere illustre il tesoro fossero in atto, in epoca tanto antica, contatti, relazioni a vasto raggio con centri produttori fra i più famosi e di più alto livello. Rapporti sicuramente coltivati da Francesco Vanga (1207-1218). Il Quattrocento, nella sua eccezione di Gotico internazionale per quanto riguarda l'arte orafa è copiosamente documentato nel tesoro trentino con opere in parte più corsive ma anche con esemplari che contribuiscono a fondarne l'immagine di ricchezza non comune. Pochissimo è rimasto della cospicua committenza dovuta al Cardinale Bernardo Cles (1514-1539): il raro turibolo "lavorato alla gotica" è la pace strutturata secondo i canoni del più aggiornato rinascimento italiano, usciti entrambi dalle predilette botteghe di orafi di Norimberga. Il paesaggio fra la fine del Cinquecento e gli inizi del Seicento è illustrato da alcuni oggetti di manifattura augustana. Di consumata bravura sono le opere commissionate fra Sei e Settecento ad uno degli orafi di maggior fama ad Augusta, lo Zeckel. Nel corso del Settecento molti arredi vengono rinnovati ad opera di orafi trentini fra i quali emerge nel primo quarto del secolo il maestro per ora individuato solo dalle iniziali "CS". Dalla metà del secolo Giuseppe Ignazio Pruchmayer è l'orafo privilegiato dal Capitolo per una serie di impegnativi interventi.